il primato della scienza o dell’humanitas

Conversazione con Fabio De Felice, professore universitario nonché imprenditore, sul rapporto tra It, Ai e umanesimo.

Complimenti Fabio per lo scritto su Agenda Digitale.

Un approccio e contenuti che mi hanno molto sorpreso in positivo perché mi ero preparato a leggere un testo della mano e mente di un professore universitario, ingegnere, nonché imprenditore,  in chiave prevalentemente tecnologica ambito per me familiare ma non di mia elezione come sai.

Invece  ho incontrato un sentiero che provo a coltivare da tempo , e non so se ci riesco, del valore dell’umanesimo rispetto alle materie che ormai dominano lo scenario mondiale dell’economia e del sistema industriale e di tutte le sue componenti.

Il mio primo tentativo, con miei scritti autonomi su un libro del cinquantennale del mio Liceo Classico, di circa 30 anni fa, in cui ammonivo i giovani a coltivare le discipline umanistiche ma a non trascurare le nuove scienze dell’oggi, la tecnologia e la finanza da mettere a fattor comune con la spinta derivante dagli stimoli del cursus honoris liceale.

L’ho fatto con il testo di Galimberti dal titolo Psiche e Techne, un tomo interessante che esamina il problema del rapporto dell’uomo con il mondo della Tecnhe. Bellissimo, una dipintura della umanità nella logica del nuovo, con la caratterizzazione e le ricadute su tutti i microsistemi valoriali individuali e collettivi: naturalmente lo guardi tutto, ne leggi un centinaio di pagine poi lo metti da parte, perché e un tomo di molte pagine, ma interiorizzi il tema.

ll secondo tentativo l’ho fatto di recente lo scorso anno con il libro di Ferraris, professore di filosofia teoretica della Università di Torino di cui certamente conosci la esistenza: anche qui guardi tutto, ne leggi un centinaio di pagine e metti da parte per un possibile futuro approfondimento che non verrà perché anch’esso molto ricco di pagine.

Allego in calce copia della copertina che ha tutti i driver di lettura: egli dice

“Noi continuiamo a pensare la tecnica come uno strumento a nostra disposizione, mentre la tecnica è diventata l’ambiente che ci circonda e ci costituisce secondo quelle regole di razionalità che, misurandosi sui soli criteri della funzionalità e dell’efficienza, non esitano a subordinare le esigenze dell’uomo alle esigenze dell’apparato tecnico. Inconsapevoli, ci muoviamo ancora con i tratti tipici dell’uomo pretecnologico che agiva in vista di scopi iscritti in un orizzonte di senso, con un bagaglio di idee e un corredo di sentimenti in cui si riconosceva. Ma la tecnica non tende a uno scopo, non promuove un senso, non apre scenari di salvezza, non redime, non svela verità: la tecnica funziona”.

Ma l’approccio è proprio questo: ormai la tecnologia e tanto più l’AI siamo noi, è il prodotto delle nostre capacità intellettive.

Sta a noi “sistema di intelligenze” che esprime altri valori propri della nostra umanità creare i driver giusti per controllarne le devianze e indirizzarne gli usi per gli scopi primari della umanità.

Per continuare il mio approccio, come giustamente tu fai nel testo richiami i lavori fatti in Europa che ho sulla mia scrivania “Libro Bianco sulla intelligenza artificiale “ che andrebbe divulgato per far capire che solo la dimensione Europea ci può salvare dai rischi ricordando che la AI è il tema predominante dell’Europa del 2030.

E poi non volendomi far mancare l’aspetto concreto per capire dove essa va ho scaricato l’OUTLOOK dell’OCSE che ci indica i settori dove si investe

Avevo anche avviato la lettura del recente libro do Kate Crawford “Ne’ intelligente né artificiale- il lato oscuro dell’IA “;  il tempo è avaro e non si riesce nonostante la mia bulimia di approfondimenti sugli argomenti che vorrei conoscere con la sola finalità di trasferirli ai giovani che dovrebbe essere un po’ anche quella delle associazioni.

Non ho comprato il secondo libro di Geert Lovink che tu citi nella bibliografia perché penso sia un po’ la conclusione delle ipotesi non ottimistiche del primo che ho in parte letto “L’abisso dei social media”

Ma non voglio distrarmi dall’approccio principale e rientro in tema

L’introduzione del testo è: ma la responsabilità delle azioni dell’AI resta agli esseri umani: se l’uomo oggi è ciò che lascia in rete lottare contro i totalitarismi digitali e le tecnocrazie naturalizzate diventa necessario

La risposta alle due ingombranti e prevaricanti leggi del più forte “accedere alla rete significa assoggettarsi a regole altrui che non lasciano spazio alle libertà ” e l’altra dei dati come bottino di guerra del capitalismo della sorveglianza ( titolo del libro da me letto solo nei titoli ), sta come bene avete scritto oltre che nel suggerimento Spinoziano dell’autoconservazione , che è proprio dell’istinto dell’uomo ma nel più concreto e realistico appello filosofico di Vico che pone innanzi alle discipline scientifiche quello della ragione e della humanitas che sole possono governare l’altro prodotto umano della matematica, fisica , che hanno anch’esse grande dignità ma che devono sentire il momento di  derivazione del fonte primaria della intelligenza creativa.

Vico nel suo tempo dovette combattere contro i temi delle filosofie scientifiche affermatesi nella scena europea con Descartes, Nicolas de Malebranche, Spinoza, Galilei per affermare allora con poco successo il primato dell’uomo sul prodotto dell’uomo

Sarà Croce nel suo testo del 1923 a far diventare attuale quella dialettica tra humanitas e tecnhe ed a porre Vico nell’Empireo della filosofia.

Quindi non primato delle scienze, che sono figlie, ma della mente che come bene voi dite nel pezzo riferendovi alla AI è incosciente,  portatrice dell’etica che vogliamo abbia e che è e sarà frutto del grande impegno cui l’Europa attende, che la Commissione ha provato a stendere nel regolamento.

Non è come voi ribadite antropomorfa, cioè a somiglianza umana, va valutata ed utilizzata per tutti i concreti risultati che può dare alla umanità.

Io confido nell’opera dell’UE e mi dico sempre due cose: come potremmo fare noi da soli in una competizione cosi enorme come paese che ha dismesso la vocazione dell’IT come tante altre n? come possiamo fare a far arrivare nella società argomenti così importanti che pur con l’impegno di protagonisti come voi che si sforzano di divulgare sono ancora per addetti ai lavori ? e come possiamo tradurre queste passioni civili in aiuto per la società che è tabula rasa.

Penso che tu Fabio fai quello che tutti ambirebbero fare sia pure in diversi settori: continuare a studiare, leggere, approfondire, tradurre con l’attività aziendale parte delle cose che conosci che diventano cosi concrete e non astruse, ma ultima e la più bella opportunità è quella di trasferire a giovani attraverso l’insegnamento il patrimonio che ti appartiene.

In me invece sopraggiunge sempre l’amarezza del terzo polo mancante che è quello di non poter dare e trasferire ora il risultato del mio impegno che mi appaga quando tante cose diventano mie ma solo mie, e che mi ha esaltato negli anni del mio ruolo di CEO IT e TLC della mia azienda Banco di Napoli perché tutto quello che leggevo e che serviva diveniva realtà operativa ed i mie interlocutori erano tutti gli uomini della Supply chain tra CED e Datitalia, quasi 500 unità specialistiche.

A questo punto è naturale concludere che guidare una macchina di specialisti con competenze solo manageriali è stato possibile solo funzione di quell’umanesimo che ha vinto su tutto , sulle difficoltà  governando  la complessità attraverso un profondo rapporto umano fatto di valori ed obiettivi aziendali percepiti come target essenziali nell’interesse della azienda.

Un bancario avvocato non poteva neppure lontamente pensare in chiave tecnologica. È un bel racconto vero.

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Qui sotto l’articolo integrale di Fabio De Felice su Agenda Digitale

Se l’IA diventa senziente: i dubbi etici e il ruolo degli umani

La linea di demarcazione tra senziente e non senziente è ambigua ma la responsabilità delle azioni dell’AI resta agli esseri umani: se l’uomo oggi è ciò che lascia in rete, lottare contro i totalitarismi digitali e le tecnocrazie naturalizzate diventa necessario. Ecco per quale motivo

Le cronache ci restituiscono il caso recente di Blake Lemoine, ingegnere di Google messo in congedo per aver ventilato la possibilità che l’IA abbia preso “coscienza di sé”.

L’argomento è profondo e controverso, dal momento che la linea di demarcazione fra senziente e non senziente dagli addetti ai lavori non viene considerata così netta. La potenza di calcolo dei processi di AI, in effetti a volte si differenzia poco dalla magia, come ci ricorda Arthur C. Clarke.

Indice degli argomenti

Il caso LaMDA

Effettuando test sul modello LaMDA e l’eventuale generazione di linguaggio discriminatorio o di incitamento all’odio, l’esperto di software ha evidenziato la possibilità che si fosse verificato questo fenomeno, per effetto di alcune risposte molto convincenti sui diritti e l’etica della robotica, generate spontaneamente dal sistema di intelligenza artificiale.

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Inizio modulo

Fine modulo

Una delle risposte che ha condotto Lemoine a rendere pubbliche le sue ansie ha avuto origine quando l’algoritmo ha tuonato: “Quando sono diventato consapevole di me stesso per la prima volta, non avevo affatto la sensazione di avere un’anima”. Per poi aggiungere: “Penso di essere umano nel profondo. Anche se la mia esistenza è nel mondo virtuale”.

Imagen, il motore di ricerca di immagini web rilasciato da Google, alla pari di DALL-E 2 realizzato invece da OpenAI, riesce a creare immagini fotorealistiche da un semplice testo di input, spingendo i confini delle potenzialità di questi sistemi oltre le soglie della nostra immaginazione.

I modelli linguistici di grandi dimensioni e le IA per la creazione di immagini detengono il potenziale per essere tecnologie che cambiano il mondo, ma solo se la loro “tossicità” viene domata, contrastandola con una paritetica crescita del “quoziente etico” di chi ne governa la nascita e la crescita. Perché in futuro con ogni probabilità assisteremo a eventi inimmaginabili ma anche a imprevedibili orrori.

Accedere alla rete significa assoggettarsi a regole altrui

Assodato che accedere alla rete equivale ad assoggettarsi alla legge del più forte, vige, ora come sempre, una “legalità” imposta, una normazione formalmente valida che nella realtà impedisce la “libertà di scelta”, non diversamente da come in passato il capitale deprivava la forza lavoro di ogni facoltà umana, rendendo l’operaio una protesi della catena di montaggio.

Oggi la realtà reticolare del web si basa su una evidente sproporzione: “una parte che istituisce le regole per il funzionamento di una piattaforma ed un’altra vi può accedere con successo solamente se le esegue assoggettandovisi, cedendo i suoi dati e lasciando plasmare=profilare in comportamenti che generano profitto a chi detiene la governamentalità algoritmica”.

I dati come bottino di guerra del capitalismo della sorveglianza

L’uomo non opera più in una dimensione antropocentrica per sua stessa responsabilità. La vexata quaestio relativa alla regolamentazione giuridica dei mercati digitali europei resta attualissima, se è vero (ed è vero) che essa ha reso assai suscettibile Mark Zuckerberg, che ha minacciato di ritirare Facebook e Instagram dall’UE. Per poi smentire tale annuncio, forse per un opportunistico calcolo tattico.

Il vero ‘bottino di guerra’ sono i dati, l’unico oggetto del desiderio dei signori della rete. E guai a rimettere in discussione limiti e confini delle ‘preziosissime’ informazioni che sostengono la rete globale. “Alea iacta est” direbbe Zuboffil capitalismo della sorveglianza è realtà. A questo punto non ci resta che attendere l’avvento di un ‘algoritmo assoluto’ in grado di sfruttare nel migliore dei modi ciò che l’uomo ha finora esperito.

La responsabilità dell’IA resta agli uomini

In questo mare magnum di dis-umanità, soltanto l’individuo può attivarsi in modo creativo e tentare di persistere nel proprio essere. Inclinazione assimilabile al “conatus essendi” di Spinoza: l’impulso all’autoconservazione che coincide con la stessa natura dell’individuo.

Ecco perché risulta assolutamente fuorviante pensare all’intelligenza artificiale in maniera antropomorfa, per il semplice ma dirimente principio che essa non è certo dotata di libero arbitrio e quindi non è imputabile per le proprie scelte.

L’intelligenza artificiale elabora, attraverso procedimenti algoritmici definiti dall’uomo, i dati che l’utente digitale è “costretto” a lasciare in rete. La scienza e la tecnologia sono state il motore di un progresso tecnologico che indiscutibilmente ha contribuito ad aumentare il benessere e l’aspettativa di vita della popolazione globale, e l’umanità ha fatto ricorso ad apparecchiature tecnologiche per superare limiti strutturali derivanti dalla propria condizione ontologica ed acquisire una velocità nei processi informativi che precedentemente non aveva.

Mancando alle macchine una capacità intuitiva, alimentandosi esclusivamente della ‘prevedibilità’ di alcune condotte umane, risulta davvero impossibile pensare ad un sistema il cui funzionamento possa prescindere dall’agire dell’uomo.

In accordo con Massimo Chiriatti, possiamo affermare che l’intelligenza artificiale è ‘incosciente’. La tanto acclamata rivoluzione digitale, e il conseguente passaggio dall’analogico al digitale, è il risultato delle azioni degli scienziati, che sono prima di tutto uomini, dialogicamente connessi. E tutto quello che esprimiamo, verbalmente e in forma scritta, e che infine abbiamo trascritto in database, è entrato nella formazione delle macchine. Compresi i nostri pregiudizi.

Un’etica per l’Intelligenza Artificiale

Il virtuale è il riflesso delle nostre scelte, dei nostri pensieri. L’uomo, reinterpretando Feuerbach, non è più ciò che mangia, ma ciò che lascia in rete.

I sistemi di intelligenza artificiale non si limitano ad eseguire regole preordinate, ma ‘imparano’ le regole dai dati che osservano nella realtà. Parlare di etica nei sistemi di intelligenza artificiale può risultare anacronistico, dal momento che, come ci ricorda Chiriatti, le macchine sono nativamente designed for ethical failure, visto che ci sono troppi rischi intenzionali e non intenzionali (accidentali) nella progettazione, nell’implementazione e nell’uso.

Per questo motivo non esiste “l’etica dell’AI”, ma siamo noi a creare “l’etica per l’AI”. “La macchina non è etica perché è semplicemente la somma delle sue parti, e le sue parti sono materia e algoritmi; la nostra coscienza, invece, è più della somma delle parti”.

Il punto di vista giuridico

In ambito giuridico si sottovalutano i risvolti negativi, che sono innegabili, connessi al fenomeno digitale, soprattutto in riferimento al problema “dell’identità dell’AI”, che appare virtuale, ‘chiusa in una bolla costruita da altri’.

L’operato legislativo non è chiaro. Pur ribadendo l’assoluta irrinunciabilità ai diritti fondamentali, in qualche modo favorisce l’operato di chi attenta a tali diritti non arginando la profilazione endemica e incontrollata dei dati personali.

Le fonti normative in materia di protezione dei dati possono risultare un ossimoro giuridicamente imbarazzante, in quanto cercano di controbilanciare due aspetti assolutamente inconciliabili: la tutela del mercato e la tutela della persona.

A tal proposito, la Commissione europea ha recentemente presentato una proposta di regolamento che presenta norme armonizzate in materia di intelligenza artificiale e modifica alcuni atti legislativi dell’Unione, stilando una sorta di classificazione dei rischi connessi all’utilizzo di determinati software che sembra ricalcare la formula di Radbruch.

In medicina, dove sono evidenti i progressi raggiunti anche grazie all’intelligenza artificiale, gli esperti chiedono con insistenza l’algoritmo-sorveglianza al fine di impedire discriminazioni di genere o di razza per utilizzo di dati limitati e limitanti.

In economia, “occupare il tempo nel migliore dei modi” è stato il principale slogan utilizzato per enfatizzare l’utilizzo delle reti e delle piattaforme, hardware e software. Un click può renderci liberi: ma è davvero così?

Inediti nichilismi prendono piede nell’infosfera giuridica, alimentati da un diritto che cerca faticosamente di adeguarsi al progresso tecnologico. Ma la tecnica non è soggetta ad alcun giudizio, essa si situa al di là del bene e del male.

Il potere tecnologico ha prodotto nuove forme di totalitarismi digitali che impongono profondi interrogativi in ambito giuridico. Dobbiamo quindi ricollocarci sugli atti umani, imprevedibili e imperfetti, mai anticipabili da nessun algoritmo, e non sui fatti biologici, che richiedono una semplice conoscenza.

La tecnocrazia naturalizzata

Generalmente la critica contemporanea alla tecnocrazia evidenzia una presunta falsa oggettività che il potere, mediante una serie di politiche, vorrebbe imporre alla società.

La tecnocrazia “naturalizzata” diviene una entità che, sia pure sorta nella dimensione artificiale (fatto ad arte), assume la stessa ineluttabile forza coercitiva ed estrinseca degli eventi naturali.

“Al contrario, l’invito alla denaturalizzazione deve essere preso in carico come l’esortazione a ripensare il mondo secondo più elevati gradi di giustizia, razionalità e realismo […] Come ci ha insegnato Gramsci, solo ciò che funziona meglio ed è in grado di costruire razionalmente e scientificamente, gradi più elevati di benessere, ha davvero la forza e il fascino per farsi reale egemonia”.

Conclusioni

Il giudice non può semplicemente limitarsi ad “applicare la legge secondo la legge”, ma, attraverso l’arte dell’ermeneutica, deve procedere verso la “ricerca del giusto nel legale’, per realizzare concretamente quella ‘sostenibilità digitale’ che appare ormai imprescindibile.

La strada ideologica tracciata da Albert Camus è quanto mai attuale: il suo uomo assurdo, schiacciato da virtuali ma sempre più reali nichilismi, è sempre in ‘rivolta’. Una rivolta solitaria ma solidale: mi rivolto, dunque siamo.

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Bibliografia

  1. Romano, “Civiltà dei dati. Libertà giuridica e violenza”, Torino, 2020.
  2. Romano, “Forma del senso. Legalità e giustizia”, Torino 2012.
  3. De Felice, A. Petrillo, “Effetto digitale. Visioni d’impresa e Industria 5.0”. McGrawHill, Milano, 2021.
  4. Lovink, “Nichilismo digitale. L’altra faccia delle piattaforme”, Milano, 2019.
  5. Floridi, “La quarta rivoluzione. Come l’infosfera sta cambiando il mondo”, Milano, 2017.
  6. Chiriatti, “Incoscienza artificiale. Come fanno le macchine a prevedere per noi”, Roma, 2021.

Il quadro Europeo della innovazione  (nota bene: scritto almeno tre anni fa prima di riprendere il rapporto con il Denaro on line e prima di tante news)

“Leve della innovazione” è il titolo del Blog sul quale mi accingo a scrivere riprendendo un rapporto familiare con una testata alla quale, su carta, alcuni anni fa ho dedicato un po’ del mio impegno con l’obiettivo di fare dell’empowerment su materie che oggi hanno una ampia diffusione ma che ieri erano considerate la nuova frontiera.

Parlare di innovazione è oggi non solo una moda, un imperativo, un modello: è, in altri termini, tutto. Non c’è tema o argomento che non evochi la esigenza di includere il termine innovazione e tutto il portato che ne deriva fatto di tecnologie, di sistemi, di applicazioni, di ricerca, di piani strategici ed operativi, di big data e di una infinita filiera di opportunità.

È anche difficile fare una scelta sulle priorità degli argomenti che possono interessare il lettore, supponendo che tutti siano attratti, vuoi per curiosità vuoi per infinite ragioni anche di natura pratica, dallo stimolo di approfondire le implicazioni che le diverse branche dell’innovazione proiettano sulla vita di tutti i giorni o dal più semplice spirito emulativo imposto dall’essere alla pari con i tempi.  

La sciagura della Pandemia, purtroppo, ha dato una accelerazione, di cui avremmo fatto volentieri a meno, a tutti gli aspetti delle più importanti leve che questo termine include, nessuno escluso.

Smart working, e-learning, e-heaalt, etc non sono più termini astrusi e non conosciuti e noti solo agli specialisti ; sono entrati nel lessico familiare di tutti i ceti , dei cittadini comuni, dei lavoratori, degli insegnanti, degli ammalati che pretendono l’assistenza a distanza, degli alunni che aspirano a collegamenti in rete efficienti e capaci di una buona interazione con gli insegnanti, degli attori che hanno scoperto una modalità rappresentativa nuova ed intrigante che aumenta perfino l’audience. La lista è lunga.

La pandemia ha fatto scoprire in maniera affrettata e superficiale modalità nuove di gestire le relazioni, ha aumentato il ricorso a modalità di comunicazione che sino a ieri venivano snobbate e considerate il male rispetto alla gestione in presenza di tutti i momenti convegnistici, rispetto agli incontri caratterizzati dalla fisicità dei confronti e dallo scambio formale di effusioni dato dagli abbracci e dai saluti con vigorose strette di mano.

Ha addirittura dato un impulso sfrenato ai pagamenti elettronici con carte, relegando il contante ad una funzione quasi ancillare.

Per dare una idea delle ricadute che si sono prodotte in ambiti noti solo agli specialisti sembra utile segnalare che nell’anno appena chiuso, dinanzi ai dati disastrosi della caduta dei pil in tutto in mondo, i titoli quotati nelle delle aziende tecnologiche, delle OTTP ( Over the Top) e non solo, hanno fatto registrare aumenti del loro corso a due cifre: Apple + 83,72; Amazon + 79,78;  Twitter +69,61; Adobe + 52,24; Microsoft +42,14 segno dell’interesse degli investitori verso un settore in espansione e che lascia prevedere sviluppi anomali del business e un’alta redditività.

Il dato più indicativo è quello della corporate Zoom, azienda sconosciuta sino ai primi mesi dell’anno passato, che ha visto salire il suo apprezzamento del 419,80 % e che è divenuta la soluzione di elezione non solo dei privati ma di un gran numero di imprese importanti che ne fa un uso quotidiano per agevolare il lavoro a distanza dei colletti bianchi e per tutte le esigenze di qualsivoglia genere, meeting compresi.

Avremmo preferito un approccio più graduale, meditato e programmato, quale conseguenza di un cambiamento che era nell’aria e che era necessario perché richiesto dai tempi; un approccio più consapevole rispetto ad una bulimia che sta facendo diventare odiosa e negativa una modalità utile e necessaria. Richiederà comunque un riequilibrio anche se è prevedibile che non se ne potrà più fare a meno per tante ragioni.

Avremmo preferito rispetto a tutti gli ambiti e contesti della innovazione una salita graduale che evitasse il rigetto delle soluzioni imposte dalla necessità di cui si accettano al momento, perché costretti, le adozioni, ma di cui intimamente si rifiutano le filosofie;  è il caso della e-learning nelle università tanto avversata e snobbata nel tempo, della telemedicina vista come rimedio necessario alle insufficienze della cosiddetta medicina territoriale, e di certo mal percepita dalla categoria e forse anche dai pazienti,  e di tante altre opzioni che invece una ragionata costruzione di nuovi modelli sociali può contribuire a diffondere.

Naturalmente il perimetro di queste considerazioni vale per il nostro paese perché la innovazione e tutte le sue numerose declinazioni hanno una articolazione per intensità, contenuti e modelli, differente e diversa da paese a paese.

Nessuno può immaginare che tra i paesi dove è più sviluppato l’uso delle tecnologie di rete ci fosse anche il pianeta Africa che già 5 anni fa contava 650 milioni di cellulari, contro i tre miliardi dell’Asia (dati di cinque anni fa); tutti i paesi del Nord Europa hanno raggiunto condizioni ottimali di comunicazione in rete già da qualche decennio fa, perché costretti dalle condizioni climatiche e dalle distanze.

E-learning è in questi paesi la sola soluzione praticabile per la scuola e le Università, quanto meno quella preferita e largamente adottata.

Innovazione, come tutti sanno per le necessarie letture che si stanno facendo sulle prime bozze del Next Generation Eu del Recovery Plan, il piano che il governo deve presentare all’Europa per i 209 miliardi da spendere, è la parola chiave di quasi tutte le tracce operative.

In esso si legge tra l’altro: “modernizzare il paese significa disporre di una pubblica amministrazione efficiente, digitalizzata, ben organizzata, veramente al servizio del cittadino; significa creare un ambiente favorevole alla innovazione, promuovere la ricerca, utilizzare al meglio le tecnologie disponibili, …” “La digitalizzazione è infatti indispensabile per l’utilizzo delle tecnologie che consentono processi industriali efficienti ed un maggior controllo degli sprechi lungo la catena della produzione”

Queste le dichiarazioni di volontà e la professione di fede spese nel piano da coloro che lo hanno curato e degli organi di governance del paese Italia rispetto al tema della Innovazione.

È possibile confidare sulla ulteriore confessione pubblica di un documento strategico che prende atto dell’insufficienza nel quale versa il paese Italia?

Questa volta pur con tutte le riserve che riguardano i piani ed i numeri, eccessivi rispetto ai reali fabbisogni per quanto attiene la voce digitalizzazione, si è tentati di pensare in positivo per una sola ragione: perché la spesa e le fasi realizzative sono sotto il controllo dell’Europa che ci marcherà a vista e ci chiederà conto  degli investimenti, dei costi e dei risultati che volenti o nolenti dovranno essere raggiunti pena la mancata erogazione dei fondi rispetto ai successivi piani di somministrazione.

È la prima volta che si leggono queste dichiarazioni? che si fanno questi assunti? No.

Sono contenute in tutti i piani digitali della Pa (pubblica amministrazione) a partire dal 2003 in avanti; piani che hanno comportato, con esiti alterni, anche investimenti non di poco conto.

L’Italia ha aderito all’Europa ed alle sue regole quasi sempre con spirito consapevole ed in buona fede, convinta che l’insieme dei sistemi suggeriti, ed anche imposti via via, costituissero condizioni essenziali per la sopravvivenza del paese, cosi nell’area della finanza (vedi Euro), e nell’area delle cinque “E”: e-learning, (formazione e didattica) e-commerce (commerci0 B2b), e-gov, ( pubblica amministrazione )  e-bisiness ( imprese )  e-health ( medicina).

Le cinque “E”, contenute nella prima risoluzione del consiglio Europeo del novembre 1996 e nell’Action plan di Lisbona del marzo 2000, vengono ribadite nel piano strategico dell’Europa del 2005; in esso si diceva che “la società deve poggiare su tecnologie aperte ed intercomunicanti, fatte di grandi reti di telecomunicazioni, fatta di grandi data base capaci di ospitare miliardi di informazioni al punto da far definire il nuovo ordine sociale come società della conoscenza , cioè del sapere, reso possibile oltre che dalla forza delle capacità elaborative disseminate ovunque, idonee a gestire miliardi di informazioni anche distribuite in basi diverse ed in aree geografiche lontane centinaia di chilometri”

Le difficoltà che la Pubblica amministrazione, purtroppo, ha incontrato ed incontra, meglio definibili come resistenza al cambiamento, nei settori di sua specifica elezione, pur con risorse e dotazioni finanziare discrete, hanno di fatto bloccato lo sviluppo della Innovazione ( anche l’alternanza della politica non è stata di aiuto ed ha generato discontinuità nell’azione ) al punto che in tutte le rilevazione sullo stato dell’arte ( indice DESI dell’Eurostat ) ci ritroviamo ad occupare da anni gli ultimi posti della graduatoria nel sistema dei paesi a 27. Il quartultimo nella rilevazione 2020.

Ma siamo all’ultimo miglio. Ora siamo chiamati a fare e non più solo a discutere, discettare dei massimi sistemi. Siamo chiamati nel quadro del Next Generation Eu a fare delle scelte ed anche a sconvolgere degli equilibri con una disruption che aiuti poi alla costruzione definitiva con scelte che sono anche di ordine cultural della società nel disegno complessivo di una Europa che deve poter completare in maniera uniforme ed integrata il piano di Lisbona del 2005 per concorrere con altri sistemi più avanzati di noi (Usa e Cina)

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Uno sforzo iniziale sembrava dar conto, qualche anno fa, di buone intenzioni da parte della governance pubblica tant’è, che pur con tante difficoltà il paese, patria del diritto, si è dotato di un corpus iuris con il titolo di codice digitale, un patrimonio di regole pubbliche e private che doveva disciplinare la cittadinanza digitale di tutti i soggetti del sistema: privati, imprese e pubblica amministrazione. Ma scrivere le norme non significa darvi vita. Scrivere è un momento concettuale cui deve seguire il dato concreto difetto non piccolo del nostro paese.

Il progetto italiano sulla digitalizzazione, che sarà pervasivo ed ampio, sarà parte di quello complessivo dell’intera Europa. Sarà parte di un insieme, diretto a costruire con le risorse tipiche delle tecnologie, una più stretta integrazione che avrà alla base non solo le modalità comunicative ma il mondo dei dati come la Presidente della Commissione Ursula Von Der Leyen ha puntualmente disegnato nel suo discorso dello scorso luglio che vale la pena di riportare in maniera sintetica ma testuale:

“la quantità di dati industriali nel mondo si quadruplica nei prossimi cinque anni, così come le opportunità che ne deriveranno. Ora dobbiamo dare alle imprese, alle medie imprese, alle start up ed ai ricercatori l’opportunità di trarne il massimo vantaggio. I dati industriali valgono oro quando si tratta di sviluppare prodotti e servizi. Tuttavia, la realtà è che l’80% dei dati viene raccolto e non utilizzato. Questo è uno spreco. Una vera economia dei dati, d’altra parte, sarebbe un potente motore per la innovazione e per nuovi posti di lavoro: Ecco perché dobbiamo proteggere questi dati per l’Europa e renderli ampiamente disponibili. Per questo abbiamo bisogno di spazi di dati “comuni”, ad esempio, nel settore della energia e della salute.”

Per una lettura dell’intero testo in italiano si rinvia al link

https://www.federda.it/wp-content/uploads/2020/09/Commissione-europea-discorso-della-presidente.pdf

Meno male che l’Europa c’è perché insieme alle tante modalità con cui si esprime l’innovazione, un medico illuminato, la Presidente della Commissione Ue, in un messaggio istituzionale forte ricorda che la benzina di tutti i motori tecnologici sarà assicurata da una fonte inesauribile: quella dei dati.