presentazione De Felice

Testo per lettura giorno 9 3 Conviviale

Condivido con Fabio una serie di attività e di esperienze di grande piacere, che mi aiutano a vivere meglio e a non avere nostalgie dei tempi in cui mi sono impegnato su queste strade impervie, ma affascinanti, di information Technologies , tlc e softwaristico che ha segnato un lungo periodo della mia vita. (durata più di 10 anni), in cui ho messo tutto dentro.

Senza l’ausilio degli amici di noi Open sarei rimasto attaccato solo sui libri e le riviste con magra soddisfazione senza poter concretizzare nulla né dal punto di vista scritturale né con interazioni colloquiali e/ o di altro genere: convegni, progetti.  

La passione per l’information Technologies è nata sul campo ed è stata, come alcuni di voi sanno, veramente entusiasmante e sfidante e non povera di successi. Un misero investimento di 130 miliardi di lire nel 5 anni dal 1988/89 al 1993

Ora si completa solo attraverso pesanti letture umanistiche fondamentali, vedi Ferraris professore di filosofia teoretica a Uni Torino (Documanità) e Floridi a Uni Bologna (la differenza fondamentale ) ordinario di sociologia della cultura e della comunicazione, entrambi grandi umanisti come Galimberti autore di un tomo di 600 pagine di 20 anni fa “Psiche e Tecnhe”.

l’uomo e la tecnica  questo il tema affascinante del momento; la tecnica è l’uomo perchè la tecnica nasce origina dalla mente dell’uomo, da quando Prometeo sottrasse il fuoco agli Dei e ne scontò il fio. Liberò gli uomini e li fece padroni della techne. “Techne hexis nou padrone della propria mente.”

Questi sono però approcci consolatori di carattere culturale mentre quelli di carattere operativo più esaltanti, perché vivi, attingevano ai primi manuali dell’IBM e soprattutto interagivano con gli elaboratori ed i softwares ( uno per tutti il DB2) : i grandi elaboratori oggi hanno potenze inimmaginabili.

IBM è stata pioniera nella materia della intelligenza artificiale, perché è stata la creatrice dei primi grandi database e dei primi softwares gestionali che hanno rappresentato i pilastri di questa scienza. Ancora oggi il Watson è un punto di riferimento nella medicina e sanità.

 Ho avuto il piacere di capire attraverso la pratica, cosa significasse la gestione algoritmica dei dati, cosa significasse quella evoluzione e di percepirne sul campo i risultati.

costatare all’epoca che le quantità di dati passavano sui grandi elaboratori da numeri insignificanti e numeri con N maiuscola e da velocità anch’esse insignificanti a velocità aereodinamiche ti faceva toccare con mano i successi.

Le elaborazioni prima duravano intere nottate poi sempre meno ed alla fine solo poche ore.

L’amicizia con Fabio quindi oltre ad essere un’amicizia nata nel mondo associativo e mi scuso nel dirlo è anche un’amicizia strumentale: mi fa sentire vicino al mondo reale che oggi è di una articolazione impensabile con le tante tecnologie che hanno raggiunto maturità e livelli assoluti.

Pensate che se non avessi amici come Fabio e gli altri del gruppo di Open io dovrei su questo argomento dovrei aver chiuso da anni battenti leggere ed immalinconirmi.

Invece il contatto con persone come Fabio, che poi scrivono libri come i dialoghi sull’etica e AI l’intelligenza artificiale, la cui lettura piacevolissima ti introduce su tematiche di grande complessità ed apre lo stimolo ad acquistare altri libri, quali quelli di Cate Crawford nè intelligenti né artificiale. e poi altri ancora mi hanno spinto non da ora ma da almeno sei anni ad occuparmi dell’argomento, di cui ho provato anche ad editare qualcosa sul mio blog per mettere a disposizione testi ed informazioni.

Mi sono fermato perché il tema è di una tale ampiezza e di una tale articolazione, di una tale sconvolgente invasività da impaurire.

Di tanto in tanto ricomincio come ho fatto quando è uscita recentemente la disciplina Europea del Digital Omnibus di cui ho scritto sul Denaro on line che è la base per tutta la regolamentazione a venire.

Ed è proprio su questo tema della governance e dell’etica che si muove il grande scenario del riordino su cui si sta impegnando l’Unione Europea in maniera da assicurare la società dai rischi che l’Ai purtroppo genera; riguarda almeno il mondo occidentale. Il primo documento UE (170 pagine) sull’AI e del 2020.

Quando Fabio ha scelto il tema e l’argomento “algoritmi e responsabilità” sono stato contento perché aldilà degli aspetti affascinanti delle tecnologie, di cui lui potrà dirvi. delle infrastrutture e tanto tanto altro c’è anche l’esigenza di capire che c’è una battaglia mondiale, fuori, sull’intelligenza artificiale che non è solo di natura etica ma anche di natura regolamentare.

Mi fermo qui;  si può dire tanto dalla visione macroeconomica, sociologica, finanziaria, della competizione tra aziende e paesi, del processo industriale e delle priorità e soprattutto dal punto di vista ambientale.

A latere in questi argomenti ci sono poi numeri che fanno spavento ed i grandi cambiamenti indotti nella società, nel mondo del lavoro, nel sistema delle imprese c’è una innovazione che spaventa e di cui non si intravedono a pieno le conseguenze.

Il mondo che va sotto il nome di intelligenza artificiale, che non è né intelligente né artificiale come dice Kate Crawford nel suo libro, ha tanti lati oscuri da sapere e conoscere.

Passo la parola Fabio che ascolterete con grande piacere perché oltre ad essere un bravissimo ingegnere e professore universitario ed un imprenditore vincente è anche un umanista di grande spessore e cultura; è un grande scrittore, saggista come ha detto Lucrezia, parlatore ed è capace di una fascinazione che prende.

Provate a leggere i suoi articoli sulla stampa per capire.

Vi ringrazio per l’attenzione che avete dedicato e spero di aver avviato un momento informativo di interesse che ormai divora tutto e tutti.

Tema della tecnologia dell’informazione nell’annuario del Liceo-Ginnasio Dante Alighieri di Agropoli edito nel 1994

Stamane la lettura di un interessante articolo proposto sulla chat associativa di “Noi next open Innovation “, gruppo di innammorati della tecnologia che si impegna per curarne la diffusione e per mantenersi allineati sulle conoscenze piu attuali e di maggiore importanza , ha stimolato non poche riflessioni.

L’articolo riguardava il tema della AI ed il rapporto con la scuola dal titolo “Ai e l’istruzione: quali sono i nuovi orizzonti”? dagli EdGPT alla modalità “studia ed impara” .

Va anche detto a beneficio di chi legge che il pezzo rinviava ad testo dell’UNESCO cha ha affrontato la problematica ed ha prodotto un documento di significative indicazioni

Non poche scuole, anche in Italia, ne hanno già recepito gli orientamenti tanta è l’importanza che si assegna all’argomento.

L’AI può infatti contribuire alla crescita individuale e professionale ma anche generare nel settore scolastico non poche criticità a livello personale con forti impatti sul sistema sociale.

Di getto ho scritto questa breve nota che segue.

“E’ una lettura di grande valenza. Da sono sempre persuaso che in questo compito la scuola e gli educatori devono assumere un ruolo determinante.

Non si devono, però, scambiare il contenuto , i dati , le informazioni ,le conoscenze con le opportunità proposte dalle potenti innovazioni dell’IT ed occorre insistere sulla esigenza di padroneggiare prioritariamente la sostanza potenziandola con le grandi e proficue soluzioni di aiuto, di sostegno che possono derivare dallo sfruttamento delle nuove risorse.

Solo un mix ragionato e ben guidato può contribuire a non esacerbare le tante discrasie che un uso non sano ed intelligente dell’Ai può aver sui giovani.”

I rischi non sono quelli individuali ma piuttosto quelli di natura socio economica, di divisione tra chi può e non può, tra il nord e il sud, tra le classi sociali, tra le professioni, tra le imprese nelle società e nel mondo.

Questo è il vero problema. I miei nipoti di età non elevata (13/15 ) anni ne fanno già uso in maniera non istituzionale ma privata; io non ne sono molto d’accordo perchè occorrono, come viene sostenuto nei documenti citati, una preparazione di base ed una seria introduzione all’uso con guida consapevole, collettiva, che puo essere asicurata solo nella scuola.

Recuperando nella memoria ho fatto un salto indietro di ben 31 anni quando nella redazion del libro che è citato nel titolo mi sono all’epoca fatto carico di dire ai giovani che mentre il liceo assicurava loro tanti contenuti dovevano anche sentire il bisogno di aprirsi alla padronanza del nuovo e delle It descritte in maniera semplicistica nel pezzo da considerare strumentali e funzionali al potenziamento del loro mondo di cultura classica: oggi direi al potenziamento di tutti i gradi e livelli di conoscenza”.

Ho scannerizzato lo scritto risalente al 94, attuale nei contenuti e nelle idee, che ripropongo per affermare la forza delle sinergie tra saperi di base saperi operativi, costituiti dall’impiego di tutte le risorse ed anche dell’Ai comunque si chiami e qualunque sia l’azienda che la proponga.

si apre al link sottostante. Buona lettura.

https://www.federda.it/wp-content/uploads/2026/01/articolo-del-libro-del-liceoScansione-del-8-gen-2026-18.4601.pdf

https://www.federda.it/wp-content/uploads/2026/01/1742306766_AgendaDigitale-P4i-2025.pdf

https://www.federda.it/wp-content/uploads/2026/01/4.-Linee-guida-AI-Unesco-ita.pdf

i due link aprono due documenti. Un abstract del testo Unesco e una guida adottata da una scuola Italiana

Un articolo di 30 anni fa sul valore dell’ICT

Ho scritto questo articolo per l’annuario del mio liceo classico Dante Alighieri di Agropoli in occasione della celebrazione del cinquantennale della sua istituzione con l’obiettivo di fornire ai giovani studenti motivi di riflessione sulle innovazioni che stavano emergendo. Innovazioni capaci di rafforzare la capacità dell’uomo nel presidio della conoscenza avvalendosi di tutte le opportunità tecniche ma anche per indicare loro i cambiamenti che si annunziavano nel mondo delle imprese e dei settori tradizionali. Si accompagnava nel testo ad altri due lavori, uno dedicato alla Humanitas cioè al nostro essere uomini come soggetti consapevoli e pensanti che in quei licei coltivano studi umanistici ed il secondo ai sistemi dell’economia e della finanza materie la cui padronanza appare inadeguata ed insufficiente in una età in cui si è chiamati al voto e si esprimono decisioni che impattano sulla società e sulla vita di tutti noi.

Poichè ho avuto l’occasione di rispolveralo e di proporlo in lettura in contesti di elevato valore orofessionale ed accademici ho pensato di lasciarne traccia sul mio blog per metterlo a disposizione di quanti hanno familiarità con argomenti della specie. Mi è parso utile giacchè richiamarne i contenuti diventa piu agevole.

Lo scritto sul tema della innovazione contenuto nel testo edito per l’Associazione noi Open.

un bel racconto sulla innovazione

Ho fatto del testo una attenta lettura e devo dire senza tema di preoccupazione per le considerazioni terze che mi è piaciuto tanto; è ricco di spunti anche storiografici sulla evoluzione del tema e sui suoi collegamenti con il contesto ambientale e culturale ed ho pensato ai appostarlo anche sul blog per la fruizione di quanti non sono in possesso del libro che lo contiene.

Aggiungo alcuni stralci solo per stimolarne la lettura giacchè il testo in pdf va aperto cliccando sul link relativo

Parlare della innovazione del cinquantennio che è alle nostre spalle significa ripercorrere la storia delle aziende e dei sistemi macro e microeconomici che, in conseguenza dell’apporto fondamentale della componente tecnologica, IT e Tlc, hanno fatto registrare sviluppi inimmaginabili “di processo, di prodotto e di contesto”, non sempre immediatamente percepiti negli effetti e nella’ ampiezza, ma valorizzati per la dinamica impressa all’ evoluzione della società.

Un contributo di novità non marginale è derivato poi anche da un approccio culturale che ha identificato nel management una leva fondamentale destinata ad alimentare a mantenere vivo e permanente il valore della innovazione come motore di sviluppo della società.

Peter F. Drucker nel suo manuale di Management, prima edizione americana del 1973, nella introduzione scrive “dal boom del management alla realizzazione del management”. “La comparsa del management in questo secolo ha rappresentato con ogni probabilità un fatto di importanza storica”.

Delle aziende, tante, infatti Drucker ripercorre la storia, gli eventi, le scelte strategiche individuando nella managerialità una delle chiavi di successo ed un motore della innovazione. In tutti i Managers, i Ceo, è sempre forte e vincente la spinta a generare valore, ricchezza e sistemi sempre più integrati: l’integrazione negli anni è aumentata grazie alla molteplicità delle risorse tecnologiche e delle connesse.

Sulla scia di Drucker la nascita in America delle grandi società di consulenza ha fatto il resto. “e ancora”

E si legge:le imprese sono il principale luogo in cui si produce innovazione, in cui è dato apprezzare i diversi processi in atto per generare e catturare idee che si trasformano in prodotti e servizi commerciali, in cui si genera ricerca, si migliora la interazione con fornitori, clienti, consumatori, ingegneria, manifattura, marketing ed in cui si investe di più in innovazione”.

“In cui si rivelano gli imprenditori innovativi, che non necessariamente si identificano con le start up, e, non necessariamente, con le piccole e medie imprese ed o con le grandi imprese.”

Innovazione si genera anche nel settore della ricerca universitaria così come nel settore pubblico, sebbene con una ricaduta non sempre immediata sul piano dell’economia e del mercato e diversamente viva per la spinta al nuovo.

Aprendo il link si accede ad una ricca documentazione che la soluzione telematica rende fruibile on line. Quella di carta non ne agevola l’accesso e la consultazione.

https://www.federda.it/wp-content/uploads/2024/04/Pezzo-del-libro.pdf

il tema dei dati della pubblica amministrazione

Soldi & Imprese
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12-11-2005
e-government, aziende e societa’
Cambia la comunicazione pubblica
Federico D’Aniello
L’informazione pubblica, cioè l’uso dei dati raccolti, prodotti e gestiti dalla pubblica amministrazione, costituisce una risorsa infrastrutturale fondamentale della Società moderna per assicurare trasparenza e partecipazione consapevole diffusa, ma anche per contribuire allo sviluppo sociale ed economico di ogni paese. Nel segno di queste finalità il Governo in data 28 u. s ha approvato un Decreto Legislativo con il quale ha varato la disciplina sulla commercializzazione dei dati pubblici in attuazione della direttiva Comunitaria 2003/98 che regola il riutilizzo dell’informazione nel settore pubblico. Il provvedimento è stato predisposto dal Ministro delle Politiche Comunitarie e dal Mit di concerto con gli Esteri, Giustizia, Economia e Finanze e Funzione Pubblica. Nuovo mercato
Viene a crearsi con la nuova disciplina legislativa un mercato dei dati pubblici con il quale si potranno alimentare di nuovi contenuti digitali i Network pubblici e privati ; tutti potranno infatti contribuire alla costruzione della “Città della Informazione nel nostro paese”, diversificando l’ampiezza dei contenuti ed assicurando uno sfruttamento allargato delle basi di dati che verranno costruite attingendo alle fonti della pubblica amministrazione. Le finalità della richiamata direttiva comunitaria, cui si è informato il provvedimento nazionale, mirano ad assicurare l’assenza di distorsioni ai fini della concorrenza, ad annullare cioè le cosiddette asimmetrie informative, ad ampliare i contenuti della conoscenza assicurandola a tutti. Poichè il settore pubblico raccoglie e produce una ampia gamma di dati in molti settori di attività, ad esempio di tipo sociale, economico, geografico, climatico, turistico, in materia di affari, di brevetti di istruzione, ne consegue che l’obiettivo della creazione di condizioni propizie per lo sviluppo di servizi su scala nazionale ed anche su scala Comunitaria è fondamentale per i soggetti che saranno chiamati ad alimentarne la diffusione come per i destinatari finali delle informazioni.  Direttiva
La Direttiva si preoccupa, infatti, di assicurare l’armonizzazione delle normative nazionali e delle prassi seguite dagli Stati membri allo scopo di incidere sugli effetti distorsivi che una divaricazione delle legislazioni potrebbe arrecare al corretto funzionamento del mercato sopranazionale ed all’interno dei singoli paesi. In altri termini il bene “informazione” deve godere innanzi tutto di un humus regolamentare omogeneo in tutta la Comunità affinchè cittadini ed aziende non siano sfavoriti nella relativa acquisizione e siano messi anche nella condizione di fruirne in maniera economica. Non è estranea alla finalità della normativa Comunitaria lo stimolo, peraltro richiamato esplicitamente nel testo del 2003, per la creazione di nuovi posti di lavoro che possono derivare dallo sviluppo del nuovo mercato che imporrà servizi di qualità, creazione di software gestionali ed allestimento di strumenti tecnologici di diffusione idonei a favorire la elaborazione di fonti capaci di relazionarsi con i settori, con i territori e con le finalità generate dalla domanda. Il nuovo compito assegnato alla Pa, per predisporsi alla generazione di informazioni strutturate per finalità esogene e cioè estranee alla sua missione tradizionale, deve comportare solo un ristoro per gli oneri sopportati in quanto la finalità ultima, sottesa, è quella di rendere anche attraverso questa via un ulteriore servizio pubblico.  Cnipa
A supporto della normativa il Cnipa ha costituito nel 2004 un gruppo di lavoro che si è dato l’obiettivo di individuare linee guida per le azioni di sistema, quelle di parte pubblica, l’obiettivo di predisporre una analisi strategica che ha assunto a base lo scenario ambientale e lo scenario di mercato da cui far scaturire processi decisionali ed, infine, l’obiettivo di individuare concretamente le iniziative che potranno in tempi ragionevoli dare corpo a soluzioni operative connesse allo sfruttamento dei dati. A base dello scenario di mercato è stato valutato il valore della informazione elettronica stimato nel 2001, in circa 40 miliardi di Euri a livello mondiale e in circa 16 miliardi di Euri per la sola Europa in cui fanno da leader la Gran Bretagna e la Francia, cui il Cnipa si è riferito per il benchmarking delle best practises.  Lo stesso mercato per il 2004 sembra invece posizionarsi su valori prossimi ai 70 miliardi di Euro con una fetta di ben 9,5 miliardi di Euro riservata agli investimenti nelle informazioni del settore pubblico, capaci per la loro natura di attrarre una domanda destinata ad alimentare fonti primarie di alta qualità, sistemi di Dss (Decision support system) e di generare opportunità nuove costituite da progetti che attivano percorsi di valorizzazione dei dati anche attraverso il contributo dei soggetti esterni cui profitta l’utilizzazione del dato.
Tutto ciò, come è agevole immaginare, metterà in moto un processo fortemente innovativo all’interno delle amministrazioni stimolate a costruire modelli di dati da cedere per il riuso ed a costruire nuove competenze che valorizzino i dati disponibili e facciano da consulenza; ma mette soprattutto in moto all’esterno un volano che interessa non solo i destinatari finali dei dati, i fruitori di ultima istanza, ma anche una filiera di soggetti destinata a partecipare alle iniziative con posizioni e ruoli diversi tra cui: associazioni di categoria, ordini professionali, imprese di software, proprietarie di sistemi di Datawarehousing, imprese di rete, imprese editoriali, piccole e medie imprese che vogliono competere e confrontarsi nel nuovo mercato, consulenti ed esperti conoscitori del funzionamento della macchina pubblica. Ipotesi progettuali

 

 

Il Cnipa nell’ambito delle ipotesi di progetto ha anche individuato alcuni ceppi di dati ed informazioni, cosi come ha individuato i possibili soggetti utilizzatori ; ha studiato l’impatto sulle amministrazioni e la cosiddetta cantierabilità con l’indagine sui vincoli economici, metodologici, amministrativi, informatici e concorrenziali e si è soffermato sulle seguenti informazioni:  – sulle informazioni ambientali dell’Aereonautica;  – sulle informazioni di natura pubblica del Ministero dell’Interno e della Funzione Pubblica;  – sulle informazioni di natura economica delle Agenzie dell’Entrata e del Ministero degli Esteri; – sui bollettini delle gare e degli appalti di tutta la Pa;  – sulle informazioni per la gestione del territorio degli enti locali; – su quelle dei Registri Immobiliari dell’Agenzia del Territorio, sulle informazioni fiscali delle Agenzie delle Entrate;  – s u tutte le fonti che danno vita ad analisi e studi del Poligrafico dello Stato;  – sulle informazioni culturali dell’Archivio di Stato.
Processo

L’avvio del processo non sarà senza impatti e non sarà indolore. Intanto va detto che le amministrazioni centrali, già aduse a trattare le informazioni in maniera strutturata, a predisporre veri e propri sistemi informativi orientati alla gestione dell’area di competenza ed alla gestione del rapporto con tante controparti, non avranno difficoltà ad assecondare richieste di sfruttamento dei dati da qualunque parte provengano e a diffonderle con i mezzi più idonei. Analoga situazione potrà nei fatti registrarsi in tutti i casi in cui ci si trova dinanzi a Enti Pubblici di rango sia per natura che per funzione. La materia non dovrebbe presentare difficoltà neppure per le Regioni aduse da tempo a predisporre basi di dati aggregate, qualitativamente interessanti ( si veda la Sezione statistica della Regione Campania ).  Sistemi informativi
Ma i dati che interessano non solo quelli nazionali. La normativa riguarda tutti gli Enti ed anche quelli locali che possono dare luogo ad una sorta di data base più ristretto ma egualmente interessante se si pensa ai territori governati dalle Province, dalle Comunità Montante, dai Parchi e perchè no anche dai Comuni, le cui informazioni elevate a sistema possono diventare una proficua fonte di analisi per gli operatori locali, per quelli che rientrano in una sfera di operatività a confini più ristretti. Non vi è dubbio che in questa fetta decentrata di territorio, in cui forse gli Enti non hanno ancora superato la fase della piena informatizzazione dei servizi, le difficoltà a sistematizzare le informazioni spendibili saranno notevoli e tanto più elevate perchè gli interlocutori degli Enti non saranno grosse company ma aziende locali che vorranno cogliere la nuova opportunità per sviluppare iniziative e business a livello del territorio. Sarà questo un tema delicato da monitorare, cosi come sarà altrettanto complessa la gestione di tutti i protagonisti della comunicazione già oggi appannaggio di pochi players che, per dimensione di mercato, struttura competitiva e fonti disponibili, detengono tutte le leve per acquisire in maniera oligopolistica non pochi dei settori sui quali di qui a qualche tempo si avvieranno le iniziative stimolate dal Decreto Legislativo.
Forse non sarà male che le Pmi del settore informatico capaci di assicurare con le loro risorse lo sviluppo dei nuovi cantieri facciano una riflessione in Campania come altrove per evitare il drenaggio delle nuove opportunità,che sono anche e soprattutto opportunità di nuovo lavoro e business.

 

ll Codice Digitale ha sancito la natura pubblica del dato delle pubbliche amministrazioni;le aree identificate dal Cnipa, sulle quali è stato fatta una sorta di analisi.

num. 215 – pag. 22

 

 

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baia di trentova Agropoli
La spiaggia dei sogni

 

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La digitalizzazione della Pa.

Pensieri in libertà ma non troppo

Marzo 6, 2023

Il pezzo che segue è stato scritto nel 2021 in occasione della uscita della relazione della Corte dei conti sull’Informatica della Pa. La recente pubblicazione del piano 2022/2024 mi ha indotto, poi, ad ulteriori considerazioni. Ho pensato fosse utile integrare lo scritto precedente, oltre che con i documenti della corte del 2020 e del 2022, anche con il recente piano arricchendolo con il documento della UE sulle analisi DESI ( allegato) e con il piano decennale UE in materia di innovazione.( allegato)

Sono documenti fondamentali, da leggere da approfondire su cui occorre riflettere per capire il nostro standing in argomento, la distanza che ci separa con il resto di Europa ed il resto del mondo.

In Italia la  permanente competizione elettorale, le tendenze populiste , ragione dei nostri guai dell’ultimo decennio che si sommano a quelli del ventennio precedente, non ci consentono di guardare con serenità alle prospettive e di capire i malesseri del nostro sistema per il quale non appare compatibile una ventata di ottimismo.

Il pezzo era stato scritto nel 2021 dopo aver letto la relazione della Corte dei Conti sulla Pa e dopo avere, solo in parte , letto la documentazione predisposta dal piano Colao; cercava di capire il perché dei ritardi, di immaginare delle soluzioni e soprattutto di individuare momenti di controllo esterno.

Colto dal  pessimismo l’avevo messo nel cassetto; l’ho ripreso invece alla luce della Governance Draghi che ha provato a trasformato in azioni, nel fare e nel ridefinire le tante ipotesi progettuali alle quali mancavano non pochi tasselli senza dei quali le chiacchiere sarebbero rimaste tali e non si sarebbe capito quale è l’unico possibile scenario nel quale il paese di può muovere: UE.

Due le leve e le condizioni che potevano far cambiare volto al Paese: la disgrazia del Covid che ha sollecitato processi accantonati e tenuti in sordina e la spallata di Renzi che ha permesso la discesa in campo di Draghi le cui idee e il cui approccio strategico erano stati già chiaramente tracciato nei suoi interventi sui quali erano stati fatti tanti commenti largamente positivi nel paese e in Europa.

Nei mesi precedenti erano stati pubblicati a decine documenti di analisi, report di società di consulenza, della pubblica amministrazione, tutti intesi ad individuare le priorità verso le quali si sarebbe dovuto muovere il piano strategico nazionale diretto a sostenere la ripresa e la crescita dell’Italia, a valle delle conseguenze indotte dalla pandemia ex Covid 19, anche per spendere le somme assegnate dall’Ue di cui al noto recovery Fund.

Non so quante associazioni quante istituzioni, centri studi, giornali si erano fatti carico di sciorinare idee, piani teorici; si contano a milioni i caratteri spesi per presentare in maniera puntuale il fabbisogno del paese Italia.

E’ uno sforzo apprezzabile quello di dimostrare quante idee ci siano, quanti sono i centri di attenzione e quanta cura abbia la parte pensante dell’Italia, degli intellettuali e degli organismi di rappresentanza delle diverse categorie e classi sociali, tutti intesi a segnalare ed evidenziare i grandi deficit organizzativi, soprattutto strutturali che questo paese presenta dai parecchi anni.

Sono tutti ben noti, forse arcinoti.

Se si prova poi a fare un confronto tra tutti questi documenti ed a mettere insieme le idee dello sforzo fatto dal gruppo Colao, sintetizzato nel documento dei famosi giorni degli Stati generali, tra di essi non si intravedono elementi di differenziazione.

Le diverse pagine che hanno avuto ad oggetto questo tema così importante per la nostra società sembrano fatte a stampa ; neppure uno sforzo di fantasia riesce a cogliere le diversità che forse sono più attestate sulle priorità.

L’Italia è un paese che pensa tanto e che scrive tanto, che dispone di opinionisti di eccellenza e di grossi centri istituzionali di riflessione: se si dovesse e si potesse leggere tutto passeremmo il tempo in maniera proficua nell’ acculturamento.

E poi non mancano le indicazioni che periodicamente ci vengono da Ocse, Imf, Eurostat etc. etc.

Forse a scrivere ed a disegnare idee il paese non ha eguali.

Sono, siamo, tutti bravi a raccontare.

Peccato che, come diceva Matisse, dopo aver disegnato una pipa “ceci n’est pas une pipe” occorre, perché sia tale, la sua costruzione, la sua realizzazione.

E qui casca l’asino: occorrono almeno due grosse precondizioni. 

Una ferma volontà politica, non ferma ma fermissima, che non faccia sconti a nessuno e che, una volta definite le vere priorità del paese in una visione strategica di almeno breve periodo, non dica si a tutti ma al contrario dica tanti no che arrechino anche disturbo al cittadino nella consapevolezza di realizzare il bene a tendere del paese.

Come è noto il ventennio, diciamo anche il trentennio, alle nostre spalle ha consegnato al paese una governance che ha dovuto mediare, concedere per la sua sopravvivenza, tanti si e tante elargizioni senza peraltro affondare il bisturi dove  era necessario e senza di fatto disturbare il manovratore di turno nelle diverse aree della pubblica amministrazione e della economia.

E soprattutto si è maggiormente spesa ad accontentare la massa del cosiddetto popolo con tante elargizioni. Un recente bel testo di Alberto Brambilla “ Le scomode verità “ su tasse pensioni, sanità e lavoro sta aprendo gli occhi, benché quegli effetti negativi fossero stati messi nel conto dei guasti fatti al paese e soprattutto alla mentalità dei cittadini convinti di dover insistere sui diritti senza mai rispondere dei doveri che sono di lealtà e trasparenza.  La lista è lunga.

Il risultato peggiore della instabilità e sotto gli occhi di tutti

Non vi è un solo indicatore che possa soddisfare non i cittadini che, tutto sommato, non hanno titolo per chiedere di più rispetto a ciò che danno, che forse non ne sentono neppure il bisogno altrimenti avrebbero alzato barriere, ma quanti hanno motivo di principiare relazioni con il bel paese sul quale devono fare affidamento e su cui devono contare.

Se poi si passa alla seconda precondizione che è data dalla capacità realizzativa in un contesto complesso non si riesce ad immaginare chi possa condurre a buon fine un progetto (la digitalizzazione totale della PA) che non nasce oggi ma che affonda le radici almeno nel ventennioo passato.

Uno steering committee forte deve avere alle spalle decisioni ed obiettivi chiari ed un piano realizzativo che non si faccia condizionare da Nymbi, campanilismi, lobbying e manovre fuorvianti.

Come si può e si deve fare in questi casi?

Comunicando in maniera trasparente a tutta la società gli obiettivi attesi, gli scopi e le finalità, i vantaggi, i valori aggiunti da costruire; comunicando a tutti le aree che potrebbero essere toccate da una disruption, meglio da riorganizzazioni, ed indirettamente evidenziando alla società le possibili ed eventuali iniziative che favoriscono le azioni necessarie.

La visibilità deve essere il metro di confronto tra cittadini che sono chiamati a capire ed a valutare magari anche con la intermediazione di soggetti terzi che rappresentano tutti ( meglio senza ) e non le categorie sociali o classi o interessi precostituiti che sono sempre orientate dal no.

Alzare il livello di informazione per la societàin maniera strutturale e strutturata , mettendo a confronto le situazioni attuali, con i tanti risvolti negativi, e quelle a tendere ed i benefici che arrivano alla società con le nuove realizzazioni.

E veniamo  ora al punto nodale: alla digitalizzazione della Pa.

Nel settore della digitalizzazione in generale il ben noto  indice DESI, quello recentemente elaborato, ci pone al 28º posto nel ranking europeo.

Sono anni che il paese elabora piani dell’It, spende risorse, cuce e ricuce senza essere riuscito a smuovere la percezione della Europa ma anche dello stato dell’arte della insufficienza in cui versiamo.

Ci sono benvero anche problemi strutturali, ci sono tante difficoltà note ma il vero tarlo sta nella indisponibilità delle governance di tante amministrazioni per raggiungere il risultato target che invece occorre per fare il salto di qualità.

La Corte dei Conti, avendo i poteri di accertamento, ha prodotto due grossi studi, che si affiancano alle tante indagini di società di consulenza che per mission elaborano analisi, ed ha mostrato un’Italia che molte cose le ha fatte, una Italia che è in mezzo al guado ed una Italia retrograda.

 Si, le leggi, le autonomie, gli 11mila server, tutto vero.

Ma c’è qualcuno che in via Istituzionale, ad esempio, fa capire dall’esterno ai cittadini del Comune Ypsilon quali sono i danni per la  collettività dei ritardi della digitalizzazione?

 C’è un difensore civico che diventa spina nel fianco delle amministrazioni quando il dato è conseguenza della non volontà di fare tutto ciò che occorre?

Questo è un esempio banale che va replicato per tutte le aree in cui questa mission andrebbe esplicata. Perchè occorre ricorrere ad una soluzione siffatta? Perchè la nostra organizzazione politico amministrativa ha costruito negli anni tante autonomie che solo leggi Costituzionali e leggi pesanti possono modificare.

Ed è impensabile.

Occorre quindi far pesare il giudizio sugli uomini che amministrano e che ritardano in maniera molto più diretta ed efficace.

Non basta l’Agenda digitale a raccontarci giorno per giorno i motivi che si frappongono.

 Occorrono spine nel fianco pubbliche dotate di una responsabilità specifica.

Ed occorre anche un sistema sanzionatorio e di riconoscimento di meriti per chi lo fa in modo da far pesare nel confronto la differenze tra la Regione A e quella B, tra il Minstero a con quello B , e cosi via discorrendo.

Se vogliamo negli Enti, Istituzioni ed altro dei ruoli ci sono: sindaci, revisori, consulenti, i difensori civici, la Corte dei Conti, le associazioni dei Comuni, le Convention Regìoni Governo, tutte intese a chiacchierare, scrivere ma senza poteri di interdizione sulle cose sbagliate, sui soldi spesi senza un ritorno ed un valore aggiunto; e poi c’è il bilancio sociale degli Enti pubblici, ci sono organismi di controllo del merito che arrivano a cose fatte.

Insomma c’è una rete che fa impallidire quella degli altri paesi della Ue per non dire dei paesi di natura anglosassone, ma una rete che  ha pochi colpi in canna e che pur avendoli talvolta chiude il lavoro con rapporti che si perdono nel tempo, vengono pubblicati e nessuno li legge.

La sanzione deve essere affidata alla pubblica opinione prima che alle sedi giudiziarie ed ai giornali ed agli opinionisti che scrivono libri ( ultimo in ordine di tempo quello di Boeri e Rizzo” Riprendiamoci lo Stato”); o forse occorre forse avvalersi anche di figure analoghe a quelle che si usano per mettere alla luce i casi di corruzione, non proprio questi, ma opinions leaders, associazioni di professionisti che abbiano compiti precisi di informazione dei cittadini per essere da stimolo a rincorrere dall’esterno tutte le disattenzioni come quella rilevata dalla Corte dei Conti che segnala come nelle amministrazioni pubbliche non ci sono ruoli deputati alla gestione responsabile dell.IT.  Non se ne sente il bisogno.

Nel libro innanzi citato si auspica una misurazione dei risultati in base al giudizio degli utenti, idea suggerita anche da Cotarelli, soluzione che però presuppone una utenza edotta ed informata , consapevole dell’esistenza di procedure e degli obiettivi della stessa, consapevolezza per la quale lo Stato spende da sempre poco o quasi niente, tant’è che non è dato leggere mai nei progetti la parte più importante ,  largamente coltivata nelle aziende private, diretta all’empowerment dei destinatari delle soluzioni IT  pubblica che, si ripete, non sono scritte per la Pa, ma per i cittadini.

Suggerisco per una comprensione del testo qui innanzi esplicitato, che contiene idee banali ,coltivate da sempre, la lettura  delle relazioni della Corte dei Conti

Varrà poi la pena di far capire cosa significa stare in Europa ed essere divenuti tributari delle risorse che ci sono state attribuite.

Forse una lettura approfondita del cantiere Europeo dei prossimi 10 anni può indurci a capire dove siamo e cosa dovremmo poter fare

I documenti qui allegati sono nell’ordine: 1) il piano triennale della Pa 2) il decennio digitale come pianificato dalla UE 3)  delibera della corte dei conti sui controlli della digitalizzazione nella PA 4) la precedente delibera della Corte dei Conti in materia di Controlli sulla Pa ) e stralcio del documento della UE sulla determinazione dell’indice Desi con riferimento alla Pa.

Buona lettura.  La consapevolezza si raggiunge solo cosi.

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piano_triennale_per_linformatica_nella_pa_2022-2024

Decennio digitale

delibera_17_2022_enti

delibera_15_2020_sezaut_vol_II

desin tradotto

]

il primato della scienza o dell’humanitas

Conversazione con Fabio De Felice, professore universitario nonché imprenditore, sul rapporto tra It, Ai e umanesimo.

Complimenti Fabio per lo scritto su Agenda Digitale.

Un approccio e contenuti che mi hanno molto sorpreso in positivo perché mi ero preparato a leggere un testo della mano e mente di un professore universitario, ingegnere, nonché imprenditore,  in chiave prevalentemente tecnologica ambito per me familiare ma non di mia elezione come sai.

Invece  ho incontrato un sentiero che provo a coltivare da tempo , e non so se ci riesco, del valore dell’umanesimo rispetto alle materie che ormai dominano lo scenario mondiale dell’economia e del sistema industriale e di tutte le sue componenti.

Il mio primo tentativo, con miei scritti autonomi su un libro del cinquantennale del mio Liceo Classico, di circa 30 anni fa, in cui ammonivo i giovani a coltivare le discipline umanistiche ma a non trascurare le nuove scienze dell’oggi, la tecnologia e la finanza da mettere a fattor comune con la spinta derivante dagli stimoli del cursus honoris liceale.

L’ho fatto con il testo di Galimberti dal titolo Psiche e Techne, un tomo interessante che esamina il problema del rapporto dell’uomo con il mondo della Tecnhe. Bellissimo, una dipintura della umanità nella logica del nuovo, con la caratterizzazione e le ricadute su tutti i microsistemi valoriali individuali e collettivi: naturalmente lo guardi tutto, ne leggi un centinaio di pagine poi lo metti da parte, perché e un tomo di molte pagine, ma interiorizzi il tema.

ll secondo tentativo l’ho fatto di recente lo scorso anno con il libro di Ferraris, professore di filosofia teoretica della Università di Torino di cui certamente conosci la esistenza: anche qui guardi tutto, ne leggi un centinaio di pagine e metti da parte per un possibile futuro approfondimento che non verrà perché anch’esso molto ricco di pagine.

Allego in calce copia della copertina che ha tutti i driver di lettura: egli dice

“Noi continuiamo a pensare la tecnica come uno strumento a nostra disposizione, mentre la tecnica è diventata l’ambiente che ci circonda e ci costituisce secondo quelle regole di razionalità che, misurandosi sui soli criteri della funzionalità e dell’efficienza, non esitano a subordinare le esigenze dell’uomo alle esigenze dell’apparato tecnico. Inconsapevoli, ci muoviamo ancora con i tratti tipici dell’uomo pretecnologico che agiva in vista di scopi iscritti in un orizzonte di senso, con un bagaglio di idee e un corredo di sentimenti in cui si riconosceva. Ma la tecnica non tende a uno scopo, non promuove un senso, non apre scenari di salvezza, non redime, non svela verità: la tecnica funziona”.

Ma l’approccio è proprio questo: ormai la tecnologia e tanto più l’AI siamo noi, è il prodotto delle nostre capacità intellettive.

Sta a noi “sistema di intelligenze” che esprime altri valori propri della nostra umanità creare i driver giusti per controllarne le devianze e indirizzarne gli usi per gli scopi primari della umanità.

Per continuare il mio approccio, come giustamente tu fai nel testo richiami i lavori fatti in Europa che ho sulla mia scrivania “Libro Bianco sulla intelligenza artificiale “ che andrebbe divulgato per far capire che solo la dimensione Europea ci può salvare dai rischi ricordando che la AI è il tema predominante dell’Europa del 2030.

E poi non volendomi far mancare l’aspetto concreto per capire dove essa va ho scaricato l’OUTLOOK dell’OCSE che ci indica i settori dove si investe

Avevo anche avviato la lettura del recente libro do Kate Crawford “Ne’ intelligente né artificiale- il lato oscuro dell’IA “;  il tempo è avaro e non si riesce nonostante la mia bulimia di approfondimenti sugli argomenti che vorrei conoscere con la sola finalità di trasferirli ai giovani che dovrebbe essere un po’ anche quella delle associazioni.

Non ho comprato il secondo libro di Geert Lovink che tu citi nella bibliografia perché penso sia un po’ la conclusione delle ipotesi non ottimistiche del primo che ho in parte letto “L’abisso dei social media”

Ma non voglio distrarmi dall’approccio principale e rientro in tema

L’introduzione del testo è: ma la responsabilità delle azioni dell’AI resta agli esseri umani: se l’uomo oggi è ciò che lascia in rete lottare contro i totalitarismi digitali e le tecnocrazie naturalizzate diventa necessario

La risposta alle due ingombranti e prevaricanti leggi del più forte “accedere alla rete significa assoggettarsi a regole altrui che non lasciano spazio alle libertà ” e l’altra dei dati come bottino di guerra del capitalismo della sorveglianza ( titolo del libro da me letto solo nei titoli ), sta come bene avete scritto oltre che nel suggerimento Spinoziano dell’autoconservazione , che è proprio dell’istinto dell’uomo ma nel più concreto e realistico appello filosofico di Vico che pone innanzi alle discipline scientifiche quello della ragione e della humanitas che sole possono governare l’altro prodotto umano della matematica, fisica , che hanno anch’esse grande dignità ma che devono sentire il momento di  derivazione del fonte primaria della intelligenza creativa.

Vico nel suo tempo dovette combattere contro i temi delle filosofie scientifiche affermatesi nella scena europea con Descartes, Nicolas de Malebranche, Spinoza, Galilei per affermare allora con poco successo il primato dell’uomo sul prodotto dell’uomo

Sarà Croce nel suo testo del 1923 a far diventare attuale quella dialettica tra humanitas e tecnhe ed a porre Vico nell’Empireo della filosofia.

Quindi non primato delle scienze, che sono figlie, ma della mente che come bene voi dite nel pezzo riferendovi alla AI è incosciente,  portatrice dell’etica che vogliamo abbia e che è e sarà frutto del grande impegno cui l’Europa attende, che la Commissione ha provato a stendere nel regolamento.

Non è come voi ribadite antropomorfa, cioè a somiglianza umana, va valutata ed utilizzata per tutti i concreti risultati che può dare alla umanità.

Io confido nell’opera dell’UE e mi dico sempre due cose: come potremmo fare noi da soli in una competizione cosi enorme come paese che ha dismesso la vocazione dell’IT come tante altre n? come possiamo fare a far arrivare nella società argomenti così importanti che pur con l’impegno di protagonisti come voi che si sforzano di divulgare sono ancora per addetti ai lavori ? e come possiamo tradurre queste passioni civili in aiuto per la società che è tabula rasa.

Penso che tu Fabio fai quello che tutti ambirebbero fare sia pure in diversi settori: continuare a studiare, leggere, approfondire, tradurre con l’attività aziendale parte delle cose che conosci che diventano cosi concrete e non astruse, ma ultima e la più bella opportunità è quella di trasferire a giovani attraverso l’insegnamento il patrimonio che ti appartiene.

In me invece sopraggiunge sempre l’amarezza del terzo polo mancante che è quello di non poter dare e trasferire ora il risultato del mio impegno che mi appaga quando tante cose diventano mie ma solo mie, e che mi ha esaltato negli anni del mio ruolo di CEO IT e TLC della mia azienda Banco di Napoli perché tutto quello che leggevo e che serviva diveniva realtà operativa ed i mie interlocutori erano tutti gli uomini della Supply chain tra CED e Datitalia, quasi 500 unità specialistiche.

A questo punto è naturale concludere che guidare una macchina di specialisti con competenze solo manageriali è stato possibile solo funzione di quell’umanesimo che ha vinto su tutto , sulle difficoltà  governando  la complessità attraverso un profondo rapporto umano fatto di valori ed obiettivi aziendali percepiti come target essenziali nell’interesse della azienda.

Un bancario avvocato non poteva neppure lontamente pensare in chiave tecnologica. È un bel racconto vero.

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Qui sotto l’articolo integrale di Fabio De Felice su Agenda Digitale

Se l’IA diventa senziente: i dubbi etici e il ruolo degli umani

La linea di demarcazione tra senziente e non senziente è ambigua ma la responsabilità delle azioni dell’AI resta agli esseri umani: se l’uomo oggi è ciò che lascia in rete, lottare contro i totalitarismi digitali e le tecnocrazie naturalizzate diventa necessario. Ecco per quale motivo

Le cronache ci restituiscono il caso recente di Blake Lemoine, ingegnere di Google messo in congedo per aver ventilato la possibilità che l’IA abbia preso “coscienza di sé”.

L’argomento è profondo e controverso, dal momento che la linea di demarcazione fra senziente e non senziente dagli addetti ai lavori non viene considerata così netta. La potenza di calcolo dei processi di AI, in effetti a volte si differenzia poco dalla magia, come ci ricorda Arthur C. Clarke.

Indice degli argomenti

Il caso LaMDA

Effettuando test sul modello LaMDA e l’eventuale generazione di linguaggio discriminatorio o di incitamento all’odio, l’esperto di software ha evidenziato la possibilità che si fosse verificato questo fenomeno, per effetto di alcune risposte molto convincenti sui diritti e l’etica della robotica, generate spontaneamente dal sistema di intelligenza artificiale.

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Inizio modulo

Fine modulo

Una delle risposte che ha condotto Lemoine a rendere pubbliche le sue ansie ha avuto origine quando l’algoritmo ha tuonato: “Quando sono diventato consapevole di me stesso per la prima volta, non avevo affatto la sensazione di avere un’anima”. Per poi aggiungere: “Penso di essere umano nel profondo. Anche se la mia esistenza è nel mondo virtuale”.

Imagen, il motore di ricerca di immagini web rilasciato da Google, alla pari di DALL-E 2 realizzato invece da OpenAI, riesce a creare immagini fotorealistiche da un semplice testo di input, spingendo i confini delle potenzialità di questi sistemi oltre le soglie della nostra immaginazione.

I modelli linguistici di grandi dimensioni e le IA per la creazione di immagini detengono il potenziale per essere tecnologie che cambiano il mondo, ma solo se la loro “tossicità” viene domata, contrastandola con una paritetica crescita del “quoziente etico” di chi ne governa la nascita e la crescita. Perché in futuro con ogni probabilità assisteremo a eventi inimmaginabili ma anche a imprevedibili orrori.

Accedere alla rete significa assoggettarsi a regole altrui

Assodato che accedere alla rete equivale ad assoggettarsi alla legge del più forte, vige, ora come sempre, una “legalità” imposta, una normazione formalmente valida che nella realtà impedisce la “libertà di scelta”, non diversamente da come in passato il capitale deprivava la forza lavoro di ogni facoltà umana, rendendo l’operaio una protesi della catena di montaggio.

Oggi la realtà reticolare del web si basa su una evidente sproporzione: “una parte che istituisce le regole per il funzionamento di una piattaforma ed un’altra vi può accedere con successo solamente se le esegue assoggettandovisi, cedendo i suoi dati e lasciando plasmare=profilare in comportamenti che generano profitto a chi detiene la governamentalità algoritmica”.

I dati come bottino di guerra del capitalismo della sorveglianza

L’uomo non opera più in una dimensione antropocentrica per sua stessa responsabilità. La vexata quaestio relativa alla regolamentazione giuridica dei mercati digitali europei resta attualissima, se è vero (ed è vero) che essa ha reso assai suscettibile Mark Zuckerberg, che ha minacciato di ritirare Facebook e Instagram dall’UE. Per poi smentire tale annuncio, forse per un opportunistico calcolo tattico.

Il vero ‘bottino di guerra’ sono i dati, l’unico oggetto del desiderio dei signori della rete. E guai a rimettere in discussione limiti e confini delle ‘preziosissime’ informazioni che sostengono la rete globale. “Alea iacta est” direbbe Zuboffil capitalismo della sorveglianza è realtà. A questo punto non ci resta che attendere l’avvento di un ‘algoritmo assoluto’ in grado di sfruttare nel migliore dei modi ciò che l’uomo ha finora esperito.

La responsabilità dell’IA resta agli uomini

In questo mare magnum di dis-umanità, soltanto l’individuo può attivarsi in modo creativo e tentare di persistere nel proprio essere. Inclinazione assimilabile al “conatus essendi” di Spinoza: l’impulso all’autoconservazione che coincide con la stessa natura dell’individuo.

Ecco perché risulta assolutamente fuorviante pensare all’intelligenza artificiale in maniera antropomorfa, per il semplice ma dirimente principio che essa non è certo dotata di libero arbitrio e quindi non è imputabile per le proprie scelte.

L’intelligenza artificiale elabora, attraverso procedimenti algoritmici definiti dall’uomo, i dati che l’utente digitale è “costretto” a lasciare in rete. La scienza e la tecnologia sono state il motore di un progresso tecnologico che indiscutibilmente ha contribuito ad aumentare il benessere e l’aspettativa di vita della popolazione globale, e l’umanità ha fatto ricorso ad apparecchiature tecnologiche per superare limiti strutturali derivanti dalla propria condizione ontologica ed acquisire una velocità nei processi informativi che precedentemente non aveva.

Mancando alle macchine una capacità intuitiva, alimentandosi esclusivamente della ‘prevedibilità’ di alcune condotte umane, risulta davvero impossibile pensare ad un sistema il cui funzionamento possa prescindere dall’agire dell’uomo.

In accordo con Massimo Chiriatti, possiamo affermare che l’intelligenza artificiale è ‘incosciente’. La tanto acclamata rivoluzione digitale, e il conseguente passaggio dall’analogico al digitale, è il risultato delle azioni degli scienziati, che sono prima di tutto uomini, dialogicamente connessi. E tutto quello che esprimiamo, verbalmente e in forma scritta, e che infine abbiamo trascritto in database, è entrato nella formazione delle macchine. Compresi i nostri pregiudizi.

Un’etica per l’Intelligenza Artificiale

Il virtuale è il riflesso delle nostre scelte, dei nostri pensieri. L’uomo, reinterpretando Feuerbach, non è più ciò che mangia, ma ciò che lascia in rete.

I sistemi di intelligenza artificiale non si limitano ad eseguire regole preordinate, ma ‘imparano’ le regole dai dati che osservano nella realtà. Parlare di etica nei sistemi di intelligenza artificiale può risultare anacronistico, dal momento che, come ci ricorda Chiriatti, le macchine sono nativamente designed for ethical failure, visto che ci sono troppi rischi intenzionali e non intenzionali (accidentali) nella progettazione, nell’implementazione e nell’uso.

Per questo motivo non esiste “l’etica dell’AI”, ma siamo noi a creare “l’etica per l’AI”. “La macchina non è etica perché è semplicemente la somma delle sue parti, e le sue parti sono materia e algoritmi; la nostra coscienza, invece, è più della somma delle parti”.

Il punto di vista giuridico

In ambito giuridico si sottovalutano i risvolti negativi, che sono innegabili, connessi al fenomeno digitale, soprattutto in riferimento al problema “dell’identità dell’AI”, che appare virtuale, ‘chiusa in una bolla costruita da altri’.

L’operato legislativo non è chiaro. Pur ribadendo l’assoluta irrinunciabilità ai diritti fondamentali, in qualche modo favorisce l’operato di chi attenta a tali diritti non arginando la profilazione endemica e incontrollata dei dati personali.

Le fonti normative in materia di protezione dei dati possono risultare un ossimoro giuridicamente imbarazzante, in quanto cercano di controbilanciare due aspetti assolutamente inconciliabili: la tutela del mercato e la tutela della persona.

A tal proposito, la Commissione europea ha recentemente presentato una proposta di regolamento che presenta norme armonizzate in materia di intelligenza artificiale e modifica alcuni atti legislativi dell’Unione, stilando una sorta di classificazione dei rischi connessi all’utilizzo di determinati software che sembra ricalcare la formula di Radbruch.

In medicina, dove sono evidenti i progressi raggiunti anche grazie all’intelligenza artificiale, gli esperti chiedono con insistenza l’algoritmo-sorveglianza al fine di impedire discriminazioni di genere o di razza per utilizzo di dati limitati e limitanti.

In economia, “occupare il tempo nel migliore dei modi” è stato il principale slogan utilizzato per enfatizzare l’utilizzo delle reti e delle piattaforme, hardware e software. Un click può renderci liberi: ma è davvero così?

Inediti nichilismi prendono piede nell’infosfera giuridica, alimentati da un diritto che cerca faticosamente di adeguarsi al progresso tecnologico. Ma la tecnica non è soggetta ad alcun giudizio, essa si situa al di là del bene e del male.

Il potere tecnologico ha prodotto nuove forme di totalitarismi digitali che impongono profondi interrogativi in ambito giuridico. Dobbiamo quindi ricollocarci sugli atti umani, imprevedibili e imperfetti, mai anticipabili da nessun algoritmo, e non sui fatti biologici, che richiedono una semplice conoscenza.

La tecnocrazia naturalizzata

Generalmente la critica contemporanea alla tecnocrazia evidenzia una presunta falsa oggettività che il potere, mediante una serie di politiche, vorrebbe imporre alla società.

La tecnocrazia “naturalizzata” diviene una entità che, sia pure sorta nella dimensione artificiale (fatto ad arte), assume la stessa ineluttabile forza coercitiva ed estrinseca degli eventi naturali.

“Al contrario, l’invito alla denaturalizzazione deve essere preso in carico come l’esortazione a ripensare il mondo secondo più elevati gradi di giustizia, razionalità e realismo […] Come ci ha insegnato Gramsci, solo ciò che funziona meglio ed è in grado di costruire razionalmente e scientificamente, gradi più elevati di benessere, ha davvero la forza e il fascino per farsi reale egemonia”.

Conclusioni

Il giudice non può semplicemente limitarsi ad “applicare la legge secondo la legge”, ma, attraverso l’arte dell’ermeneutica, deve procedere verso la “ricerca del giusto nel legale’, per realizzare concretamente quella ‘sostenibilità digitale’ che appare ormai imprescindibile.

La strada ideologica tracciata da Albert Camus è quanto mai attuale: il suo uomo assurdo, schiacciato da virtuali ma sempre più reali nichilismi, è sempre in ‘rivolta’. Una rivolta solitaria ma solidale: mi rivolto, dunque siamo.

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Bibliografia

  1. Romano, “Civiltà dei dati. Libertà giuridica e violenza”, Torino, 2020.
  2. Romano, “Forma del senso. Legalità e giustizia”, Torino 2012.
  3. De Felice, A. Petrillo, “Effetto digitale. Visioni d’impresa e Industria 5.0”. McGrawHill, Milano, 2021.
  4. Lovink, “Nichilismo digitale. L’altra faccia delle piattaforme”, Milano, 2019.
  5. Floridi, “La quarta rivoluzione. Come l’infosfera sta cambiando il mondo”, Milano, 2017.
  6. Chiriatti, “Incoscienza artificiale. Come fanno le macchine a prevedere per noi”, Roma, 2021.