La corruzione male antico.

Ottobre 20, 2015

(Scritto in occasione del Convegno alla Chiesa del Gesu del Gruppo legalità, convegno al quale intervennero Cantone, Marrelli, De Maio ed altri Napoli il 25 giugno 2014,  ma non pubblicato.Un pezzo giornalistico venne invece pubblicato sul Denaro e appostato sul sito Rotary Napoli Castel dell’Ovo)

Qualche digressione sul tema della Corruzione

Se si fa una ricerca su Google con le parole “convegni sulla corruzione” si ottengono 1.790.000 risposte. Negli ultimi due anni si è generato nella società civile di fatto un circuito “parolaio” estremamente pericoloso. Tutti hanno imbracciatto il vessillo della anticorruzione e dell’anticorruttela.

 

Parlarne a tutto tondo sembra poter evocare l’assunzione dell’antidoto per combatterla “a parole” meno che nei fatti nei sistemi ove è più presente da sempre, sistemi che postulano un modello di società alternativa rispetto a quella tratteggiata nei libri che la pubblicistica ogni giorno mette negli scaffali delle società editrici.

L’elenco è interminabile.

Il fenomeno degenerativo della nostra società è, come è noto, quasi sempre attribuito alla pubblica amministrazione e per essa più specificamente alla materia dei lavori pubblici, resi difficili e complessi da norme che sembrano fatte apposta per rallentare lo svolgimento dei programmi e creare le condizioni per spingere a lubrificare il sistema. Ma non lo esaurisce.

Un esempio di un caso concreto caduto di recente sotto gli occhi ha aperto in chi scrive la mente suscitando una riflessione immediata.

Un bando pubblico per una attività di sviluppo di sistemi IT di una Regione (la nostra, tanto per non dire di altre), per un importo di circa 1000000 €, è stato articolato su un capitolato di 556 pagine.

C’è da presumere che la sola lettura e comprensione del documento avrà impegnato risorse rilevanti per la definizione del progetto da presentare per la aggiudicazione della gara, ancor prima della realizzazione dell’opera. Una volta aggiudicata la gara ad ogni stato di avanzamento non potranno non insorgere complessità non rinvenute nella documentazione di supporto. Quindi occorrerà individuare le strade per aggirare un ostacolo che è in re ipsa e che non è detto debba avvenire solo con il ricorso alle modalità della “pecunia olet” .

 

Talvolta le facilitazioni si articolano anche attraverso modalità che hanno per oggetto scambio di favori impalpabili che la legge, anche quella recente, tende ad inquadrare al meglio senza peraltro riuscirci, pur nella ricerca concreta degli elementi del quadro corruttivo che talvolta può essere anche solo un banale accordo amicale progenitore di altre promesse.

 

Anche questa è corruzione, più sottile, più subdola ma è anch’essa corruzione anticipatrice di ben più strutturati modelli quando se ne ravvisassero in futuro le esigenze.

 

La corruzione, poi , non è estranea anche al sistema delle relazioni tra privati, al mondo delle professioni e soprattutto delle aziende non pubbliche; è parte integrante del sistema di vita quando esso non si fonda su regole morali ed una concezione etica del ruolo, concezione che vanamente viene tradotta nei codici deontologici, largamente usati ed abusati che costituiscono quasi sempre solo materia di studio e non patrimonio sostanziale del modello professionale o del modo di agire delle aziende.

 

Nel contesto privato le articolazione del modello corruttivo avvengono con modalità proprie; hanno impatti meno devastanti degli effetti che si colgono nel settore pubblico ove le ricadute sono esiziali per i costi della macchina operativa oltre che per la inadeguatezza dei servizi e la lunghezza dei tempi dei lavori che durano un’eternità.

 

Che sia un fenomeno più ricorrente nel settore pubblico è un dato certo per la materia che ivi si tratta: raggiungere il “bene pubblico” con soldi pubblici di “Pantalone”, cioè della collettività spremuta per creare ricchezze effimere ed immeritate. Nel privato è più difficile da misurare ed anche da perseguire, lede in via immediata il patrimonio privato a lungo andare lede il patrimonio generale dei costumi e delle regole.

 

Ma ritorniamo alla occasione della nota suggerita dalla lettura della risposta dell’indagine su Google: 1790.000 voci.

 

A parlare di corruzione sono ormai in tanti accorsi, in verità, da ogni dove: Istituzioni, enti, associazioni, centri culturali, ordini professionali, università, privati cittadini che si ergono a difesa della legalità, politici nuovi appena arrivati, che si fanno difensori strenui del rigore e delle regole.

 

In verità c’è anche chi ne fa una sorta di genomica dotazione esclusiva: ed è il caso di taluni giornali, di trasmissioni televisive che l’assumono come verbo, di organizzazioni politiche invase dallo spirito del giustizialismo ad ogni costo.

 

Per indignazione o per moda, per acquisire conoscenze più puntuali o per stimolare le soluzioni politiche, naturalmente, i convegni sull’etica “bene comune” e sulla corruzione non si contano. Vi partecipano tutti ed anche tanti addetti ai lavori.

 

Il tema sembra aver acceso l’ardore sacro dell’onestà sino ad oggi non percepito; un segno potrebbe essere anche l’orientamento di voto degli italiani sulla cui generale natura è anche lecito dubitare, perché nella ricerca di una soluzione al problema, si dà per scontato che non si debbano toccare le posizioni individuali considerate per definizione indenni e mai attaccate dal morbo deviante che corruzione e corruttela ingenerano. Cioè riguarda sempre gli altri e mai noi stessi. Una sorta di nimby: not in my back yardin. Versione del motto nostrano: chi è senza peccato scagli la prima pietra.

 

In definitiva parlarne non costa nulla, fa fare un bella figura, impressiona, e nello stesso tempo dimostra a quelli che ascoltano di essere dalla parte dei giusti, di avere la consapevolezza del tema; cosi si prospetta negli altri anche l’idea del timore che insorge del fatto che inseguire certe strade non porta sempre bene.

 

Purtroppo è normale e frequente che sia tra chi parla ma ancor più tra chi ascolta che si registri la presenza di chi alimenta anche con modalità nascoste comportamenti di corruttela che non necessariamente devono identificarsi con il passaggio di bustarelle e di beni concreti, e che invece si materializzano con lo scambio di favori non consentiti, eticamente e moralmente riprovevoli.

 

E’ sconvolgente la lettura del nuovo libro edito da Bompiani, Numero Zero di Eco, atto di accusa impietoso su alcuni modi di fare giornalismo anch’essi portatori di corruzione e corruttela. I peggiori per l’effetto mediatico che da essi si genera immediatamente e che interessa platee enormi di persone.

 

Il messaggio va egualmente applicato a non poche trasmissioni televisive ove imperversano i soliti noti che non avrebbero diritto di parlare e di stare dalla parte dell’onestà per le pratiche che a loro vengono riferite ed addebitate.

 

In questo caso si dovrebbe dire anche che corrotti sono anche coloro che sfruttano a fini di audience popolare persone che Dante Alighieri avrebbe messo nei gironi danteschi più profondi dell’inferno.

 

Gli esempi potrebbero continuare all’infinito, visto che in ogni caso la percezione che si ha dell’Italia nel famoso indice della corruption testimonia il grado di percezione che si ha all’estero del bel paese, indice che ci penalizza oltremodo nell’economia.

 

Inseguire certe strade non porta mai bene; è cosi, sia per i singoli che per la collettività.

 

Il sistema della corruttela e della corruzione, a ben vedere, e’ molto più complesso del sistema criminale.

 

Quello malavitoso si fonda su una struttura permanente ed una organizzazione con finalità socio economiche destinate alla produzione ricorrente del crimine volto ad alimentare persone ed aziende con il dna dell’illecito che sopravvivono solo grazie ai profitti ingiusti del loro operato.

 

Gli aderenti operano tra di loro alla luce del sole con ruoli e compiti definiti ed obiettivi condivisi i e con l’accettazione di un rischio noto ad ovo.

 

Rischio che nella corruzione si tende a mascherare, giacchè basato su un silenzio prezzolato, su catene di rapporti omertosi i cui equilibri sono sempre sul punto di cedere; sono critici per definizione, per la presenza  nella filiera di parti e soggetti eterogenei, alcuni forti ed altri deboli, quasi sempre colletti bianchi e zone grigie, non protagonisti di vicende di criminalità comune , ma pronte in ogni caso a rompere la catena del silenzio e della omertà al primo dispiacere o torto subito.

 

Riguardando i diversi casi , anche non attuali e degli ultimi anni , si rileva da subito che l’esplosione della notizia e dello scandalo a seguito delle indagini non dipende solo dalla pur brava ed efficace opera dei magistrati che utilizzano tanti strumenti di indagine e tante soluzioni per le inchieste, ma anche dalle iniziative delle cosiddette gole profonde, di quei personaggi che sentendosi, ad un certo punto del percorso, sottopagati per il loro silenzio, e che ritenendo di aver subito torti, dopo aver goduto di un arricchimento temporaneo dettato dalla bramosia di ricchezza e di riconoscimenti sociali effimeri, inciampano. Collaborano, quindi, sapendo di non potersi più sottrarre alla giustizia e dovendo limitare i danni.

 

Ad essi non resta che declinare tutte le informazioni che consentono la ricostruzione della ragnatela corruttiva per contare su una mitigazione di pena, quando non vogliono architettare il ruolo di salvatore della patria per acquisire benemerenze.

 

Si rompe cioè la catena del silenzio e dell’omertà senza esporsi alle dure e diverse sanzioni che invece sono tipiche delle associazioni criminali e che costringono “i collaboratori di giustizia” a una non vita, ad una specie di 41 bis all’esterno, non in carcere ma sotto protezione permanente.

 

E’ cosa ben diversa, è sorte atipica quella che tocca al collaboratore di giustizia dei casi di corruzione. Quali le conseguenze? E’ costretto in parte dei casi a rinunziare ai frutti dell’attività ed a passare il resto della vita nell’ombra o sotto i riflettori della pubblica opinione e, talvolta, nei casi più gravi, in carcere ma solo per qualche tempo.

 

Forse se corrotti e corruttori avessero meglio valutato ex ante i rischi di quella loro scelta insana avrebbero anche assunto decisioni diverse.

 

La corruzione non paga ma costringe a pagare, costringe a vivere una vita morale magra, di tensione, di odio sociale per le conseguenze; abbassa il livello della società civile al rango dei sistemi del terzo mondo.

 

Ciò vale sia per la catena degli amministratori e dirigenti della pubblica amministrazione che per le aziende che inquinano il mercato ed il sistema della concorrenza; entrambi destabilizzano l’economia.

 

Le aziende una volta emerse nella loro immoralità sono costrette, purtroppo, a stalli pericolosi che coinvolgono anche i dipendenti che nessuna colpa hanno ma che finiscono, immeritamente, quasi sempre sul lastrico.

 

Se è giusto che i padroni paghino per i loro errori non lo è però per le maestranze e per le famiglie che da esse dipendono.  Ma allora a chi conviene la corruzione? Lo sentiremo forse nel corso del Convegno alla Chiesa del Gesù dal magistrato Cantone che sul tema si sta spendendo da tempo come civil servant oltre che come operatore di giustizia.

 

 

 

 

 

 

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